Social Business Forum: l’evangelismo digitale ci salverà?

SBF2012_____

Tra poco più di un mese prenderà il via a Milano la sesta edizione del Social Business Forum di OpenKnowledge, un momento di incontro importantissimo per imprenditori, aziende, professionisti del settore e appassionati: l’opportunità non è solamente quella di raccontare lo stato dell’arte delle nuove tecnologie 2.0 nel business, ma di trasmetterne soprattutto lo spirito e il potenziale.
L’anno scorso i Keynote Speakers hanno saputo veramente infondere la visione dei grandi pensatori del settore, e speriamo che anche quest’anno la rosa dei relatori non sia da meno.
Ricordiamo l’intervento di Steve Denning sulla leadership, secondo il quale nelle imprese di successo di oggi i manager devono essere dei facilitatori che mettono i loro team in grado di lavorare al meglio in modo indipendente (bottom-up), mentre nelle imprese che hanno intrapreso un percorso fallimentare i manager sono dei controllori (top-down) che ripetono sempre gli stessi processi senza input realmente innovativi.
La parola “manager” dovrebbe essere usata sempre meno, a vantaggio delle definizioni di “facilitator” o “enabler”, che devono dimostrarsi tali di nome ma soprattutto di fatto.
Fu però John Hagel quello che a nostro parere riassunse al meglio la rivoluzione culturale che il 2.0 ci sta chiamando a portare a termine. Nel suo discorso (che potete ascoltare QUI) disse che per trasformare la sfida in opportunità c’erano parecchi ostacoli da superare (come in ogni sfida, del resto), perché per sfruttare a pieno il grande potere delle nuove tecnologie non sarebbe bastato inserirle semplicemente nelle organizzazioni esistenti senza che queste venissero profondamente modificate.
Il cambiamento non deve essere razionale – disse Hagel – ma politico, perché altrimenti i tentativi di cambiamento falliranno nel 70% dei casi, come dimostrano le statistiche a disposizione.
Il modo migliore di approcciarsi al cambiamento è quello di “rafforzare i campioni e neutralizzare i nemici”: nemici che, nella stragrande maggioranza dei casi, sono i detentori del potere precostituito, quelli che non hanno il minimo interesse a modificare la struttura verticistica, rigida e conservatrice sulla quale si basano non solo la maggioranza delle imprese ma anche delle istituzioni pubbliche e private.
Le “tecnologie sociali” diffondono il sapere, amplificano i flussi di informazioni, e questo minaccia il potere come mai prima d’ora: “information is power”.
Il vecchio sistema imprenditoriale e industriale si sta ormai annientando da solo, ma in molti casi sta trascinando a fondo un sistema intero, e col sistema anche le persone che ne fanno parte.
Il cambiamento e la rivoluzione rappresentano probabilmente l’unica via per sopravvivere, e vanno rafforzate investendo soldi, risorse e tempo: perché l’istinto primordiale del sistema, ma ovviamente anche degli individui che lo costituiscono, è quello di resistere al cambiamento, di rimanere nell’habitat che conoscono, anche se non funziona, anche se non piace.
Per questo motivo la campagna di “evangelismo digitale” deve essere il più aggressiva possibile, perché la penetrazione del cambiamento avvenga per tempo, e le tecnologie siano largamente disponibili e libere di essere usate per allestire un nuovo modo di fare impresa.

QUI una riflessione interessante di Eric Brynjolfsson e Steven Johnson, di cui riporto solo un piccolo estratto: The dysfunctional relationship between managers and employees creates a self-fulfilling prophecy and a systemic failure in creative, knowledge-based work.”

social business forum

[English version]
Digital Evangelism will save us?
Next month in Milan will take place the sixth edition of the Social Business Forum by OpenKnowledge, a very important meeting for entrepreneurs, companies, brands, professionals: an opportunity not only to tell the state of the art of new technologies, but especially to transmit their spirit and potential.
Last year the Keynote Speakers were able to really instill the vision of the great thinkers of the field, and we hope that this year’s group of speakers will not be less so.
We’d like to recall the speech of Steve Denning on leadership, according to which today’s successful companies, managers must be facilitators who put their teams in the condition of work independently (bottom-up), while in businesses that have embarked on a path to bankruptcy managers are controllers (top-down) that always repeat the same processes without any truly innovative input.
The word “manager” should be used less and less, to the benefit of the definitions of “facilitator” or “enabler”.
John Hagel, however, was the one that in our opinion best summed up the cultural revolution that the 2.0 is calling us to accomplish. In his speech (that you can listen HERE) said that in order to transform the challenge into opportunity there were many obstacles to overcome (as it is in every challenge, of course), because in order to take full advantage of the great power of the new technologies would not be enough to simply insert them in existing organizations without these were deeply changed.
The change should not be rational – said Hagel – but political, because otherwise attempts to change fail in 70% of cases, as shown by the statistics available.
The best way to approach the change is to “strengthen the champions and neutralize the enemies”: enemies who, in the vast majority of cases, are those in power, those who have not the slightest interest in changing the top-down rigid and conservative structure, that underpins not only the majority of companies but also public and private institutions.
The “social technology” spreads the knowledge, amplifies the flow of information, and this threatens the power like never before: “information is power”.
The old system of business and industry is now destroying itself, but in many cases is dragging at the bottom an entire system, and with the system also the people who belong to it.
Change and revolution are probably the only way to survive, and it has to be strengthened by investing money, resources and time, because the primal instinct of the system, but of course also of the individuals that constitute it, is to resist to the change, to remain still in the habitat they know and they are used to, even if it does not work, even if they do not like it.
For this reason the campaign of “digital evangelism” should be as aggressive as possible, to enable the penetration of the change happen in time, and the technology to be widely available and free to be used to set up a new way of doing business.

Here an interesting article by Eric Brynjolfsson and Steven Johnson, of which I write here only a little part: “The dysfunctional relationship between managers and employees creates a self-fulfilling prophecy and a systemic failure in creative, knowledge-based work.”

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